Zapatero ha un problema. (anche noi )…dirà qualcosa di sinistra per la crisi che avanza?
Il presunto boom economico iberico, tutto giocato sull’edilizia, ha prodotto una bolla immobiliare di tutto rispetto e il più grosso deficit dei conti correnti d’Europa. Il deficit commerciale spagnolo è infatti di 326 miliardi di dollari, seguito dall’Italia con 275, Grecia con 129, Irlanda con 123, Portogallo con 98 miliardi.Ma se si tiene conto delle dimensioni delle rispettive economie, quello iberico è il più allarmante: il 26% del prodotto interno lordo. La Spagna più che l’Italia ha consumato beni a credito. Da dove viene il credito? Dal massiccio afflusso di capitali esteri, specie di banche e di fondi-pensione tedeschi, divoratori dei BOT spagnoli (i «cedula») dal 2005 al 2007.Il fatto - e il guaio per Zapatero - è che tale afflusso si è del tutto bloccato dall’agosto scorso, ai primi segni del collasso subprime americano. Molto imprese e banche spagnole indebitate si trovano da allora in asfissia di fondi. Senza troppo farsene accorgere, le ha soccorse la Banca Centrale Europea.Il governatore Trichet - quello che tiene assurdamente alti i tassi e quindi l’euro sul dollaro, a suo dire per contrastare l’inflazione - accetta dalle banche spagnole come collaterale i mutui che le banche iberiche non riescono più a sbolognare ai tedeschi, e in cambio di quella carta fornisce liquidità in euro. Questo aiutino non è contrario alle regole UE, a patto che sia «limitato e temporaneo»; e le banche spagnole (come quelle italiane) sostengono baldanzose di essere in buona salute, meno esposte di altre allo scoppio della bolla americana.Sarà interessante vedere se scoppierà prima la Spagna - che ha un enorme deficit dei conti correnti, ma un debito pubblico ridotto e una adeguata politica fiscale - oppure l’Italia, meno deficitaria dal punto di vista del commercio, ma con il debito pubblico più titanico, oltre 100% del PIL (come la Grecia, a cui ci apparentiamo per qualità della «classe dirigente» e ignoranza della popolazione.
Perché fra le assurde regole di Maastricht, c’è anche il divieto, per la BCE, di fornire liquidità alle banche che sono «potenzialmente insolventi». E’ possibile che alla fine sia richiesto ai Paesi più grossi (la Germania) di pagare le spese per tutti; il problema allora diventa politico, perché alle formiche tedesche non piacerà pagare per le cicale mediterranee. Difficile capire come l’Europa si comporterà davanti a questa crisi. Anche perché il comportamento della BCE, ossia di Trichet, è una contraddizione in termini.Essa proclama di tenere alti i tassi primari in confronto a quelli del dollaro (tagliati decisamente dalla FED) per «contrastare l’inflazione», al prezzo di strangolare ogni ripresa economica con alti tassi e perdita di competitività all’export. Ma intanto, è la vera promotrice dell’inflazione europea, per la larghezza con cui fornisce liquidità alle banche europoidi. Tutto sta dunque a capire se le banche sono sane come dicono.Per ora, e da mesi, raccolgono tutti i debiti e le loro «garanzie» supposte che non riescono più a vendere sui mercati, ossia a rifilare agli ignari risparmiatori, li portano lo sportello di Francoforte, e Trichet, per quella carta straccia, paga euro sonanti, creati dal nulla a miliardi. Fingendo che la carta straccia abbia un valore, Trichet sta ovviamente salvando in grande la finanza a spese dell’industria, gli usurai a spese degli operai. Ma il gioco sta diventando rapidamente criminale, e pericolosissimo.Le «sane» banche europee stanno addirittura creando obbligazioni garantite da mutui nuove di zecca, senza provare nemmeno a venderle sul mercato; le creano apposta per portarle a Trichet, che gliele cambia in euro. E’ una specie di scandalo Parmalat all’ennesima potenza, messo in atto non da avventurieri, ma dalla Banca Centrale Europea, maestra di moralità per tutti noi. Il peggio è che con questo trucco le banche europee si procurano i soldi per sostenere le loro filiali americane, ingolfate fino al collo di obbligazioni subprime, altre CDO (collateralized debt obligations) ed ogni sorta di derivati andati a male e invendibili, anche perché nessuno li compra, non essendoci più un «mercato» per queste cose.Non essendo obbligate a liberarsi di queste carte ai prezzi di «mercato» (vicini cioè allo zero), le banche europee possono dichiarare che sono in buona salute, almeno migliore di quella delle consorelle americane. E qui, bisogna dire che le banche italiane sono quelle messe meno peggio, per il semplice fatto che Bankitalia ha vietato loro di riempirsi di «investimenti» costituiti da debiti americani subprime e CDO.
Grazie all’amica BCE, le banche europee non sono state obbligate né a svendere i loro «attivi» di carta straccia per quel che valgono, né a cambiare comportamento. Anzi, molte di loro continuano ad operare come prima dell’agosto 2007, comprando ancora «attivi» senza senso e facendo ogni sorta di «investimenti» cretini in derivati, tanto la BCE glieli comprerà in euro.In questa falsa sicurezza («la mia banca è diversa»), industrie europee continuano a investire nonostante i costi altissimi della produzione industriale in Europa (costo del lavoro, aggravato dalle tasse sul lavoro e dai contributi previdenziali sul lavoro) e l’euro «fortissimo» che rende i prezzi delle nostre merci proibitive.Nell’insieme, la UE appare quella di sempre: governata da robot che non sanno cambiare rotta nella tempesta. Una grande potenza economica potenziale, che in teoria ha i mezzi (mercato, capitali, consumatori, contribuenti) per prendere la guida della crisi globale con nuove idee - Tremonti ?- si sta stringendo da sé al collo il cappio dell’euro «forte sul dollaro», e in generale si comporta come se la crisi mondiale non ci fosse. Si comporta come in passato, perché la sua classe dirigente è il passato. Che non vuol passare.Così Trichet intima (e intimerà sempre più agli Stati, via via che la crisi si aggrava) «rigore fiscale» per contenere i deficit mentre lui provoca inflazione inondando le banche di liquidità creata ex nihilo. Gli Stati cercheranno di obbedire, aggravando le tasse (ricetta di morte sicura, in recessione) ma senza sanare nulla, perché in recessione l’introito tributario comunque si assottiglia, per il ridursi delle attività economiche, delle esportazioni e dei consumi.Mentre la realtà diventa più cruda, la disoccupazione aumenta, i prezzi salgono e le banche falliscono, quale illusionismo non si dovrà inventare per dire che «fa qualcosa di sinistra»? Anche perché Uolter V. l’amerikano del "sepoffà" deve copiare il compito da un "compagno" perché gli stanno dicendo che quello che dice lo ha copiato dalla persona sbagliata…rimedierà con un "ma anche"!!
L’italia dei Subnormali massoni Padoa S. e Prodi zitti zitti, hanno di fatto ritirato dai mercati i BTP a scadenza decennale. Invitando gli investitori che li detengono a scambiarli con nuovi BTP a cinque anni, ossia a scadenza più ravvicinata…. infatti, gli speculatori hanno bisogno estremo di liquidità, e stanno facendosi liquidità vendendo, di preferenza, i BOT italiani. Sicchè il governo (Prodi e Padoa Schiopppa) stanno «aiutando» questi capitalisti a «scambiare obbligazioni non-liquide con titoli più liquidi». Questo si che è parlare di sinistra!! Immolare un paese per il bene degli speculatori!! Non dei lavoratori!!!!
Lo svantaggio per gli italiani è ovvio: una cosa è contrarre un mutuo a dieci anni, altra contrarlo a cinque. Ma probabilmente, il nostro non-governo non può fare altro. Zitto zitto, invisibile ai media a lui servili, sta affrontando la più grave crisi finanziaria di questa generazione in stato di necessità.
In realtà, tutti i titoli visti come rischiosi vengono oggi venduti massicciamente dalla speculazione globale, ansiosa di ridurre le proprie esposizioni sui mercati swap. E rischiosi, per la speculazione, sono anche i BOT greci, belgi, portoghesi. Ma i nostri, sono considerati i più rischiosi d’Europa. e lo dice lo spread (la forbice) rispetto ai BOT tedeschi.
Per la Grecia è 0,53%, per il Portogallo 0,44%, per il Belgio 0,38% e per la Spagna 0,36%. Per l’Italia, ripetiamo, la forbice è 0,55%. L’Italia è considerata un debitore peggiore della Grecia.
«Questi Paesi non possono più togliersi dai guai svalutando, come facevano», dice Simon Derrick, speculatore sui cambi alla Bank of New York Mellon: «L’Italia è nella peggiore condizione possibile, perché avrebbe bisogno di tassi d’interesse più bassi in questo periodo di recessione, e invece dovrà pagarne di più alti sul suo debito. Si arriva al punto in cui questo diventa il problema politico più importante».
Problema politico e sociale: perché l’Italia e gli altri Paesi del Club Med dovranno «controllare i salari» (che sono già i più bassi d’Europa, grazie ai sindacati) e «aumentare la produttività» dei lavoratori. In altre parole: lavorare di più per meno paga. E le detassazioni sugli straordinari promesse dai politici? Per intanto, Prodi l’invisibile e Padoa Schioppa zitto-zitto se la cavano con l’espediente di dare ai creditori BOT a cinque anni al posto dei BOT a 10. La Banca Centrale Europea chiude un occhio: secondo il trattato europeo Bankitalia ha il divieto di comprare i titoli di debito dello Stato italiano (come faceva ai tempi della lira), perché questo «inflazionerebbe la moneta comune», però è consentito che il Tesoro «aggiusti» le scadenze dei BOT come sta facendo.
CRISI = Opportunità ? come dice un saggio cinese? Belle parole ma i fatti?
STATI UNITI: Studente della Central Washington University, dunque senza reddito, Seth Woodworth ha ricevuto una carta di credito: American Express. Si è trovato con un debito di 3 mila dollari. Soltanto ora ha capito che anche solo per ripagare 500 dollari di debito contratto con la carta di credito, al 16% d’interesse, se versa solo il rateo minimo, ci vogliono tre anni. Figurarsi 3.000 dollari. Ma il giovane Woodworth non è il solo diventare debitore insolvente appena messi i pantaloni lunghi.Gli studenti americani sono 17 milioni. E il 75% di loro hanno una carta di credito, o anche due o tre. Nei campus universitari sciamano promotori finanziari (spesso essi stessi studenti che arrotondano così: ricevono da 5 a 10 dollari per ogni contratto) che attraggono i compagni con piccoli omaggi, un frisbee, una T-shirt, anche un Ipod, per fargli firmare il contratto. La promozione viene diretta persino a quindicenni delle high schools: «Ragazzi che si trovano con un debito di 15 mila dollari prima di aver raggiunto l’età in cui possono ordinare una birra in un bar», dice Business Week.L’American Express e le altre finanziarie più attive nell’aprire linee di credito a studenti senza reddito (Banl of America, Morgan Chase, Citibank) dicono, naturalmente, che offrono un servizio utile ai giovani e alle famiglie. Dopotutto, molti studenti USA hanno già contratto un mutuo per pagarsi l’università, «garantito» dai loro redditi futuri di laureati. Sostengono anche, le finanziarie, che forniscono tutte le informazioni necessarie, e che dopotutto gli studenti sono responsabili delle loro azioni.Woodworth ricorda di aver fatto presente il suo stato di disoccupato all’American Express, quando gli consegnarono la carta di credito. Va bene, ti faremo un limite di credito di 6 mila dollari, spiegarono loro. Tre mesi dopo, American Express alzò il limite a 10 mila dollari. Possono sembrare cifre relativamente modeste (non poi tanto, nell’America di oggi). Ma sono l’inizio di un precipizio senza fondo, per la pratica delle agenzie di emissione detta «universal default». Cosa significa?Mettiamo che uno studente - o anche un adulto - abbia due carte di credito; paga regolarmente i ratei su una delle due, ma salta uno o due pagamenti sull’altra. Da quel momento, le due banche (che ovviamente si scambiano le informazioni sulle insolvenze) caricano interessi del 30% su entrambe le carte. E’ appunto il caso in cui è incappato Woodworth.«Non dormivo la notte», dice. I suoi genitori, dissanguandosi, l’hanno tirato fuori dalle grinfie dell’usuraio elettronico. Secondo le associazioni dei consumatori, è questo il motivo per cui le banche inseguono gli studenti, mentre negano le loro carte di credito ad adulti disoccupati: perché i primi sono vulnerabili alla pubblicità e alle promozioni, e per di più i loro genitori li tirano fuori dai guai. Gli studenti sono considerati selvaggina buona dall’industria delle credit-cards perché hanno alle spalle un «prestatore d’ultima istanza», le famiglie.E’ imminente lo scoppio delle carte di credito degli adulti americani, ciascuno dei quali ha un debito, sulle sue targhette di plastica, di 7 mila dollari - su cui paga interessi fra il 18% e il 30%.
Il congresso americano chiede regole più dure per le banche, le quali rispondono che si va contro il libero mercato offrono invece di darsi un codice di auto-disciplina, ossia di regolarsi da sole. Vista l’autodisciplina che la finanza creativa ha mostrato nel concedere mutui a milioni di persone che palesemente non potevano pagarli, e poi di rifilarli sotto forma di obbligazioni ad altri investitori, si può nutrire qualche dubbio sul senso di responsabilità degli usurai con la plastica.Un esempio di come si sono auto-regolamentate le istituzioni finanziarie sta emergendo in queste ore: una trentina di grossi fondi speculativi (hedge fund) rifiutano di restituire ai loro clienti il denaro che i clienti hanno affidato loro, e che ora - nel clima di restrizione generale del credito - la clientela rivuole indietro in massa. Ciò, in base ad un codicillo del contratto che hanno fatto firmare ai clienti stessi, ovviamente a caratteri microscopici.Il motivo del rifiuto è evidente: per fare cassa da restituire ai clienti, gli hedge fund dovrebbero vendere in massa e tutti insieme i presunti «attivi», ossia azioni e obbligazioni e «derivati» vari che hanno in portafoglio, e che in questo momento hanno quotazioni bassissime; ciò porterebbe a perdite enormi dei portafogli, oltrechè un altro tracollo a Wall Street. In più, siccome gli hedge fund si sono super-indebitati con le grandi banche per darsi i mezzi come moltiplicatori per i loro giochi d’azzardo, le banche creditrici esigerebbero restituzioni, via via che il «collaterale» a garanzia del debito - azioni obbligazioni e derivati - vengono esitati a valori scadenti. Queste «chiamate a margine» (margin calls, nel gergo), innescherebbero un circolo vizioso che porterebbe a bancarotta i fondi, e poi anche le banche.Così hanno trovato la soluzione più comoda: tenersi - a norma di contratto - i soldi della clientela che li chiede indietro, per guadagnar tempo nella speranza (vana) che i mercati finanziari risalgano. Nel frattempo, gli hedge fund continuano a scremarsi commissioni di gestione sui capitali bloccati, pari al 2%. Il guaio è che questo blocco dei ritiri - una specie di corsa agli sportelli tipo ‘29, solo più sofisticata - coinvolge nella implosione della finanza USA le famiglie agiate, quelle che appunto più investono in hedge fund le loro notevoli liquidità, e che di colpo si trovano senza i soldi sperati, esattamente come gli insolventi dei mutui subprime.Sono colpiti da questo congelamento anche i fondi pensioni e gli «endowments», le dotazioni di cui vivono le grandi fondazioni culturali, ma anche gli ospedali e le università di prestigio: risultato di donazioni, che questi enti hanno investito almeno in parte nei fondi speculativi alla ricerca di maggiori rendimenti.L’implosione dei debiti, cominciata dai poveri insolventi con mutuo a tasso variabile, comincia a far scricchiolare i piani alti della ricchezza americana. E’ una crisi sistemica?
Ma la domanda ora è, chi provoca inflazione nel sistema Italia?
La definizione, scolastica : «L’inflazione è sempre e dovunque determinata dalla crescita della quantità di moneta più rapida dell’aumento della quantità di beni e servizi acquistabili, cioè del reddito reale». Proviamo ad applicarla all’Italia, dove si nota un’inflazione in qualche modo speciale, ulteriore all’inflazione da euro, il cui carattere è il repentino impoverimento della gran massa della popolazione.L’Italia è un Paese poco produttivo, ossia che produce pochi beni e servizi. Evidentemente, ci sono troppi «segni monetari» che competono alla caccia dei pochi beni e servizi, e producono i rincari. Fuori dal gergo, c’è chi ha troppi soldi da spendere, in confronto ai beni e servizi che il Paese produce.Chi ha troppi soldi da spendere, in confronto a ciò che produce?
Non certo il 90% dei lavoratori italiani, malpagati e precari. Anzi, gli operai - i produttori di merci - sono i meno pagati d’Europa e non arrivano a fine mese (e sul loro magro salario lordo subiscono prelievi tributari del 43% direttamente, ma del 60% se vi aggiungete l’IVA, le accise, gli infiniti balzelli che gravano sul reddito fisso, e sul consumatore finale: il fisco italiano è arrivato a tassare tanto i poveri, da renderli miseri).Anche tra i dipendenti pubblici, quelli utili - ossia che forniscono servizi - sono i meno pagati:i guidatori municipali di autobus e tram, per esempio, o i poliziotti, o gli insegnanti. Costoro non producono inflazione, per il fatto che quel che il denaro che percepiscono è corrispettivo a cose o servizi che essi producono, anzi sono pagati meno di quel che vale ciò che producono o forniscono.Evidentemente, a produrre la specifica inflazione italiana sono i redditi «non guadagnati», ossia quelli pagati per produrre servizi che non forniscono. Quelli che hanno i soldi, con cui comprano cose che non hanno contribuito a fare. E tanti soldi, da potersi permettere prezzi alti, sì da «spiazzare» i produttori con redditi modesti. Non è difficile identificare questa classe.Ne fanno parte, ad esempio, gli impiegati del Comune di Roma che ogni anno si godono 37 giorni ciascuno di assenze retribuite e ingiustificate: essi percepiscono anche per quei giorni in cui non forniscono servizio alcuno. Redditi non guadagnati, e piuttosto grassi: ogni dipendente del comune di Roma costa oltre 46 mila euro annui, una paga che alla Thyssen si sognano gli ingegneri. Non stupisce che si assentino per fare shopping. Ma oltre a loro, ci sono i dipendenti di tutti i Comuni, che totalizzano 22-27 giorni di assenze per «malattia» o «permesso» ciascuno.E ancora più su, tutte le burocrazie inadempienti che poppano denaro pubblico, e la cui scomparsa non produrrebbe nessun problema grave al Paese, perché l’utilità dei loro «servizi» è nulla, e spesso non forniscono servizio alcuno - almeno non proporzionale al livello dei loro emolumenti. La sparizione repentina delle centinaia di assessori regionali (tra 150 e 400 mila euro annui) non ci lascerebbe a piedi, come la scomparsa dei tranvieri. Anzi, ci lascerebbe lieti e allegri.E lo stesso si dica dei consiglieri d’amministrazione delle ASL, della direttrice generaledel Demanio Elisabetta Spitz in Follini (300 mila euro), del personale di Bankitalia al completo, dei manager pubblico-privati delle «partecipate», di moltissimi giudici il cui servizio consistein sentenze che arrivano dopo un decennio e sono rovesciate dal superiore grado di giudizio, dei mille deputati e senatori a 15 mila euro mensili, dei segretari parlamentari e dei commessi parlamentari (stipendio iniziale netto 7 mila euro), dei cinquemila e passa dipendenti del Quirinale, dei cuochi della buvette Montecitorio, degli autisti delle autoblù, del personale Alitalia che non vola ma viene pagato. (in un impeto sinistrorso, ne hanno assunti altri 1000 ! )E’ una bella massa, che riceve un sacco di soldi e non fornisce in cambio servizio alcuno. Almeno, nessun servizio che aiuti la nazione ad essere più competitiva, o anche solo più attraente.Il barbiere di Montecitorio a 10 mila euro mensili fa sì il servizio di barba e capelli a deputati in sovrannumero; ma è un servizio di nessuna utilità per gli operai della Thyssen e i giovani precari trimestrali. Il fatto che i deputati siano ben pettinati non migliora in alcun modo la quantità e qualità delle merci e dei servizi che l’Italia produce e di cui ha bisogno. Non foss’altro perché le teste dei deputati sono di per sé di nessuna utilità e in eccesso (una Camera di 100 parlamentari sarebbe più potente e incisiva), siano o no ben impomatate; e poi, perché quel servizio viene fornito da barbieri privati a molto meno.Ecco chi ha tanti soldi non guadagnati. E sono tanti, tantissimi. Il governo indiano si è proposto di ridurre la sua macchina burocratica pubblica, che ritiene pletorica e (per questo) inefficiente. Fossimo un Paese serio, manderemmo di corsa degli esperti a vedere come fa l’India a funzionare oggi: la sua «pletora» è costituita da 10 milioni di dipendenti pubblici, ma stiamo parlando di un paese con 900 milioni di abitanti. E i suoi dirigenti locali massimi, i «collectors» (specie di super-prefetti) guadagnano 350 euro al mese. L’Italia, con 60 milioni scarsi di abitanti, ha 3,2 milioni di dipendenti pubblici: un terzo dell’India, con 15 volte meno di popolazione.Senza contare i pubblici precari, assunti a termine per fare il lavoro che la parte meglio pagatadi quei tre milioni non fa. Questa è la classe che ha tanti soldi per pagare le merci che l’Italia produce scarsamente (perché ostacolata da questi percettori di denaro pubblico che non hanno guadagnato), e i cattivi e scarsi servizi. Con tanti soldi in tasca, sono loro che fanno aumentare i prezzi: la Casta. I parassiti pubblici sono attivissimi produttori d’inflazione. In che senso attivissimi?Perché essendo vicini al potere, protetti dai sindacati e sottratti ad ogni competizione internazionale, hanno anche il privilegio di esigere o di assegnarsi, sui salari indebiti, degli aumenti che costantemente superano l’inflazione: il loro potere d’acquisto non diminuisce mai. In questi ultimi anni, gli aumenti ai pubblici dipendenti in genere sono stati attorno al 7% (poliziotti, pompieri e tranvieri, ossia gli utili, esclusi); i deputati si concedono aumenti da 200 euro mensili a botta.La troppo numerosa casta dei parassiti e inadempienti, che hanno tanti soldi da spenderein voluttuari (ristoranti, viaggi, feste, piscine a forma di cuore, BMW, mobili d’antiquariato) impedisce che il basso e decrescente potere d’acquisto della popolazione ottenga l’effetto che ci si attenderebbe: l’abbassamento dei prezzi al livello del basso potere d’acquisto, o almeno il rallentamento dell’inflazione.Il ristoratore può infischiarsene di ribassare il menù per attrarre l’operaio, perché tanto sa cheil ristorante si riempirà di deputati con 15 mila euro mensili in tasca; e se il menù rincara, i deputati si aumentano l’emolumento. Naturalmente non è solo la Casta pubblica ad accendere l’inflazione. Si possono indicare di sfuggita altri.Le banche, per esempio. Notoriamente, esse producono moneta: quando concedono un mutuo o un fido, creano dal nulla lo pseudo capitale, denaro «vuoto» che poi sarà il debitore a riempire di denaro vero – sudato in attività produttive - pagando i ratei. In questo modo, per esempio, Intesa San Paolo ha esibito quest’anno profitti per 6,85 miliardi di euro, in lire, 13 mila miliardi. Di profitti. In un anno. Che di anno in anno cresce paurosamente, immensamente superiore alla percentuale di crescita del PIL, ossia di quel che producono i veri produttori. Si tratta di denaro non guadagnato. Più precisamente, di denaro rubato ai produttori. Ho detto qualcosa di sinistra?Gli imprenditori che hanno chiesto il fido non hanno profitti in aumento del 4% annuo, quindi hanno dato alla banca più di quanto hanno prodotto e guadagnato in termini reali. Naturalmente, la banca asserisce che i suoi profitti sono guadagnati, in quanto - col credito - offre un servizio utile alle imprese e ai lavoratori, contribuisce alla ricchezza del Paese. Ciò non è più vero, nemmeno nella modesta misura in cui era vero qualche anno fa: oggi le banche distruggono le imprese, rifilando loro «derivati» e altre fantasie speculative che, invariabilmente, rovinano con perdite schiaccianti imprese sanissime, ma ingenue.Tipico è il caso Italease, che nel primo semestre 2006 esibì un profitto in crescita dell’80%(80% di profitto in un anno!), ed oggi è fallita dopo aver reso insolventi i suoi clienti migliori.Più precisamente, come ha spiegato Nino Galloni nel suo «Il grande mutuo» (Editori Riuniti, 2007), la finanza devasta le imprese almeno dal ‘92, quando ha cominciato a comprare azioni, fino a possedere pacchetti di controllo. A quel punto, essi esigono dalla azienda diventata «loro» un tasso di profitto, poniamo, del 7% annuo.Ma un’azienda non è un BOT a tasso fisso, il suo tasso di profitto fluttua con la sua penetrazionedei mercati, è in parte aleatorio. Per garantire il tasso voluto dai finanzieri, banche e fondi-pensione, tagliano i «costi»: licenziano i dirigenti e dipendenti più pagati perché più esperti, troncano sulla ricerca e sviluppo, possono persino ridurre la produzione per risparmiare sugli approvvigionamenti.Per questo, negli anni scorsi, quando le grandi imprese USA annunciavano riduzioni del personale, le loro azioni salivano in Borsa: meno si spende per gli operai, pensano i finanzieri speculatori, più profitto resta per il capitale.Ma a forza di ridurre il personale, la ricerca, è stata la fantasia e l’inventiva, la capacità di ideare prodotti desiderati dal consumatore, a sparire… in Cina o Taiwan. Così l’Italia arranca, mentre tra il 1993 e il 2004 il reddito del lavoro dipendente è sceso dal 43,7% al 40,7% del PIL, Intesa San Paolo, distruggendo ricchezza reale, e risucchiandola dai produttori, dichiara profitti di quasi 7 miliardi di euro. Un sacco di soldi. Che vanno in parte a dividendi. Che qualcuno spende, spende senza averli guadagnati, senza aver fornito servizi. Restano altri.Telecom Italia, per esempio, si fa pagare per un servizio insufficiente e arretrato. ENI ed ENEL hanno le bollette più care d’Europa. Tutti questi ci succhiano denaro, e ne hanno troppo da spendere. Sono un bel blocco sociale. Enorme e potentissimo, che «occupa» il potere e gli è colluso, difficile perciò da ridurre a miti consigli. Certo, c’è anche la BCE con la sua creazione di moneta dal nulla per aiutare le banche a prestarsi denaro.Probabilmente, tra i parassiti percettori di redditi indebiti, ne ho dimenticati alcuni…ma non sono un economista!nel frattempo nella sonnolenta italia imperversano i politici…
Slogan politici italioti ? No, autogol!!
Il PD ha 3 manifesti elettorali, tutti con un incipit negativo…parte male…
<<>>… possibili interpretazioni:
1°- votando Veltroni si mantiene l’attuale governo (Prodi)!! Quindi cambiamo qualcos’altro. Con questo invito, si perde sicuro!! 2°- guardate l’Italia prima…e poi votate gli stessi di prima? 3°- Non cambiare governo per cambiare l’Italia? ma dai!!
Il secondo slogan è : <<>> un sogno irrealizzabile con quelle facce, e comunque un sogno, appunto irreale. Se non penso a un partito in che paese siamo? Slogan floscio! richiama un Kennedy "non chiedere cosa lo stato può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per lo stato" richiamo non riuscito! Uolter V non è JFK!!
Il terzo: <<>> cioè ammettiamo che il precedente governo è stato il caos,…peccato che l’attuale ha per presidente e amici gli stessi di prima,… non lascia scampo! Meglio un altro governo con altra gente!
L’Italia dei valori del verace Di Pietro:<<>> pessima idea, sia in senso reale (nella bistecca) che figurato-metaforico (i soldi dai nostri portafogli) ma forse lui allude agli evasori? Si sa che con quelli è tutta aria fritta!!
martedì 11 marzo 2008
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