C’è un DIO sopra DIO?
Oggi 23 novembre altre tre banche regionali Usa si sono aggiunte alla lunga lista delle banche fallite.
Si tratta della The Community Bank, in Georgia, della Downing Savings & Loan, in California, e della PFF Bank and Trust, sempre in California.
Ormai si tratta della ventitreesima banca regionale fallita nel 2008. Pensare che nel 2002 le banche fallite furono dodici. Per fare un paragone, dal 2000 al 2002 l'indice SP500 ci mise 30 mesi per calare da 1600 a 800 punti, ora ci ha messo dodici mesi (da ottobre 2007 a ottobre 2008), per una discesa della stessa ampiezza, ma il numero di banche fallite è quasi raddoppiato.
I «salvataggi» della FED e del Tesoro falliscono continuamente: Citi aveva ricevuto già 25 miliardi di dollari; gliene hanno dovuti dare altri 20, e garantire a nome dello stato 306 miliardi di «attivi tossici» nella pancia di Citi.
Citibank è il terzo detentore mondiale di derivati: ne ha per 30 mila miliardi di dollari (30 trilioni nominali, oltre il doppio del PIL americano); il suo fallimento avrebbe causato perdite dirette sui derivati per 400 miliardi, e indirette per 1500.
A portare Citi al fallimento sono gli speculatori che usano i Credit Default Swaps, ossia scommettono sul suo fallimento, e con ciò auto-realizzano la profezia. Il Governo avrebbe dovuto rescindere tutti i CDS detenuti o puntati contro Citi, magari compensando i giocatori con una modesta cifra nominale. Sarebbe costato anche meno, e avrebbe dato un segnale forte: il casinò è chiuso.
Ma l’ideologia vieta a Bernanke e Paulson anche il solo pensiero di questa misura.
Il loro pensiero è salvare il sistema, non riformarlo.
Bloomberg segnala: lo Stato si impegna a prestare oltre 7400 miliardi di dollari per soccorrere il sistema finanziario, calcolando i 2,8 trilioni già risucchiati dalla istituzioni finanziarie e gli impegni che la FED prende giorno per giorno:
«La settimana scorsa la FED ha prestato 1900 volte la media dei tre anni precedenti la crisi».
Persino Bloomberg si indigna: quei 7400 miliardi sono la metà del PIL, sono 9 volte ciò che gli USA hanno spesso finora nelle guerre in Iraq e Afghanistan, sono 24 mila dollari messi a carico di ogni uomo, donna e bambino in America. Perchè la FED paga a nome dei contribuenti americani; ma come farà il prelievo fiscale ad aumentare?
Il peggio, dal punto di vista etico e politico, è che dei 7,4 trilioni che la FED sta già spendendo, solo i 700 miliardi voluti da Paulson per il primo salvataggio (fallito) hanno l’approvazione del Congresso: ogni finzione di democrazia è brutalmente accantonata, il potere si rivela in mano ad un golpe plutocratico - e per giunta incompetente.
«Possono fallire le banche centrali?», si domanda il Financial Times (1), con una ovvia allusione a quel che fanno gli incompetenti della FED, ma anche agli incompetenti della Banca Centrale Europea.
Le banche centrali stanno comprando tanti debiti marci dagli speculatori, che mettono a rischio la loro solvibilità. Se una banca centrale non ha più capitale sufficiente, da quale istituzione può essere ricapitalizzata? Il prestatore di ultima istanza ha un prestatore di ultima istanza a cui ricorrere?
La domanda ha un tono pseudo-religioso: c’è un Dio sopra Dio?
«La FED ha finito le munizioni», titola il Wall Street Journal, e l’articolo relativo dice verità aspre e mai prima udite da quel tempio del liberismo monetarista (2).
L’immobiliare americano ha perso finora 4 mila miliardi, il mercato azionario ne ha distrutto 9 mila (confrontate questa cifra 13 mila miliardi di dollari, con l’impegno di 7400 della FED: questa ultima cifra, per quanto mostrtuosa e impagabile, è solo la metà della ricchezza già persa). E’ evidente, dice il WSJ, che siamo «in un classico crollo da deflazione del debito, con prezzi calanti, mercati del credito congelati e attivi che si deprezzano» alla velocità della luce.
La fallimentare risposta contro questa devastazione, dice aspro il giornale finanziario, «smentisce la sapienza convenzionale degli economisti, anzi delle banche centrali: la fede che è impossibile avere una deflazione in un sistema basato sulla moneta creata dal nulla ». Basta stampare moneta, e i prezzi risalgono.
Questa falsa idea, rincara il Wall Street Journal, viene «dalla interpretazione semplicistica della Grande Depressione fornita dal monetarista Milton Friedman e insegnata a generazioni di studenti di economia da allora. Questa interpretazione sosteneva che la Grande Depressione sarebbe stata evitata se la Federal Reserve avesse stampato più attivamente moneta. Ma l’esperienza del Giappone negli anni ’90, deflazione persistente che non rispondeva al tassi d’interesse zero, doveva insegnarci che non c’è una via facile per uscire da una deflazione con l’inflazione».
Il fatto è, spiega (adesso) il giornale, è che la FED può aumentare la fornitura di moneta, ma «non può controllare la velocità della circolazione monetaria».
Le cartolarizzazioni sono ridotte a zero, il che ha frenato potentemente la circolazione; nessuno compra più obbligazioni basate sui debiti vari (mutui, rate per le auto, carte di credito), nessuno ne emette più.
La FED ha pompato centinaia di miliardi di dollari nelle banche, ma queste non hanno interesse ad altri prestiti (nè i clienti a chiedere altri prestiti), e con quella fiat money a fiumi non fanno che «finanziare le posizioni esistenti».
E ancora: «il monetarista Bernanke ha sempre attribuito la recessione giapponese agli errori della Bank of Japan; ma ora si accorge che le ginnastiche monetarie non sono così efficaci come voleva credere».
Il Wall Street Journal arriva a citare con onore Irving Fisher, il vero, grande economista dimenticato, che negli anni ’30 aveva proposto l’abolizione del credito frazionale, la riserva obbligatoria alle banche del 100 %, perchè «l’eccesso di investimenti e l’eccesso di speculazione diventano gravissimi, se vengono fatte con denaro preso a prestito».
Da quanti anni il Wall Street Journal non citava Fisher?
Oggi invece dichiara «semplicista» il monetarismo assoluto di Milton Friedman: ma a Friedman è stato dato il Nobel, tutta l’economia speculativa è basata sui suoi libri sacri, ogni critica al sistema veniva respinta dal Wall Street Journal con ampie citazioni di Friedman.
Bernanke ha portato i tassi a termine vicini allo zero; la sua prossima mossa, che ha annunciato in discorsi del 2003, sarà di abbassare i tassi a lungo, «in pratica la FED comprerà i Buoni del Tesoro a lungo termine», dice il Wall Street Journal.
Ed ecco la sua conclusione: con ciò, Benanke otterrà «che la crisi attuale in Occidente finirà per screditare il monetarismo meccanicista, e con esso il sistema della moneta ex-nihilo in generale, in quanto lo standard del dollaro di carta (senza copertura), messo in atto da Nixon quando si staccò dal tallone aureo nel 1971, finalmente si disintegrerà.
La svolta avverrà in questo modo: i creditori esteri rifiuteranno il dollaro e si rifugeranno nell’oro.
Questo infine porterà all’ammissione, a livello globale, della necessità di un sistema finanziario molto più disciplinato; un sistema in cui l’oro, questa «reliquia barbarica» spregiata dai più moderni banchieri centrali, avrà di sicuro una parte».
Mai, sul giornale dei banchieri e degli speculatori, si è letta una simile rivalutazione dell’oro, e un simile disprezzo per la moneta ex-nihilo. E’ come se il Papa, dal balcone fatale, confessasse pubblicamente che il vero dio è Osiride, e che il culto autentico e la preghiera vanno resi al Bue Api (Vitello d’Oro).
Eppure, bisogna ammirare la rapidità con cui i più fedeli al dogma anglo-americano sono i più pronti a rovesciare gli idoli…
Il governo britannico taglia l’IVA in modo decisivo, dal 17,5 al 15 %: ciò si tradurrà in un immediato calo dei prezzi e in un alleviamento subitaneo per le imprese, ossia per l’economia reale; e siccome il taglio è temporaneo, la prospettiva di un rialzo futuro incita gli individui a comprare ora quei beni che presto rincareranno (siano auto o frigoriferi o mobili), e le imprese a investire al più presto in beni capitali (impianti, macchine utensili, materie prime).
E’ una vera e decisiva misura anti-inflazione: oltretutto benefica per la parte povera della popolazione, su cui le tasse indirette pesano proporzionalmente di più. E l’erario non ci perde - o non perde più di quel che la caduta dell’economia reale non gli farebbe perdere in mancati introiti fiscali da crisi, comunque.
Ad esitare vilmente sono gli ultimi arrivati nella fede liberista, la ex-agente della Stasi Angela Merkel, il parvenu Sarkozy.
E l’Italia? Taglia l’IVA, forse, dell’1%. La mezza misura, inutile, dei cacasottto. Ma hanno paura di non aver abbastanza denaro per pagare gli stipendi delle Caste.
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1) William Buiter, «Can central banks go broke?», Financial Times, 16 novembre 2008.
2) Christopher Woods, «The Fed is out of ammunitionas, Wall Street Journal, 24 novembre 2008.
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Ma mentre si “festeggia” il salvataggio della Citibank….ci sono cose che non ci vengono dette, ad es.:
Islanda. Reuters, 22 novembre 2008- Migliaia di islandesi - ligi alle autorità - hanno dimostrato per le strade di Reykjavik reclamando le dimissioni del primo ministro Geir Haarde e del governatore della Banca Centrale David Oddsson, ritenuti colpevoli del disastro finanziario del Paese. Le manifestazioni avvengono da giorni, con scontri con la polizia. La folla ha eletto come capo un noto cantante-trovatore islandese, Hordur Torfason; un Beppe Grillo più deciso e capace, Torfason ha annunciato che le dimostrazioni continueranno finchè il governo non se ne andrà.
Un giovanotto s’è arrampicato sul palazzo di Althing (dove il presidente si affaccia per l’annuale giornata nazionale) e vi ha apposto un cartello: «Islanda in Vendita, 2,1 miliardi di dollari».
E’ la cifra che il Paese riceve come prestito d’emergenza dal Fondo Monetario. Altri 2-300 manifestanti hanno assaltato la centrale di polizia per tentare di liberare con la forza uno dei manifestanti, che era stato fermato. Hanno spaccato finestre, la polizia, in assetto di guerriglia urbana, ha usato i gas. Alla fine l’arrestato è stato rilasciato dietro pagamento di una multa. Tutti i prezzi sono aumentati di colpo del 30%, i disoccupati aumentano di giorno in giorno. Come si sa, la rovina del Paese è dovuta alle tre banche principali, Kaupthing, Landsbankki e Glitnir, che si sono esposte enormemente all’estero, per cifre superiori al PIL del piccolo Stato. Gudrun Jonsdottir, 36 anni, impiegata: «Ne ho le scatole piene di tutto questo. Non mi fido del governo, non mi fido delle banche, men che meno dei partiti. E non mi fido del Fondo Monetario. Questo era un bel Paese, e loro l’hanno rovinato»
Svizzera. BBCE News, 22 novembre 2008 -Raccolte in un lampo centomila firme per un referendum popolare contro i banchieri: basta con le liquidazioni d’oro dei dirigenti, i loro stipendi saranno sotto controllo pubblico, i «bonus» che intascano dovranno essere in rapporto ai risultati raggiunti. Quest’ultima proposta del referendum ha di mira Marcel Ospen, il capo supremo della UBS, e i suoi direttori. La UBS controlla il 25% del mercato interno, o meglio lo controllava; ora i depositanti hanno ritirato dalla banca l’equivalente di 100 miliardi di euro di depositi (incredibile, ma la cifra viene dalla BBC), mettendoli nelle piccola banche locali (che attualmente prosperano).
Il «salvataggio» delle banche, deciso dallo Stato con uno stanziamento di 60 miliardi di euro, ha fatto infuriare ulteriormente gli svizzeri.
Cina. Causa la riduzione netta delle esportazioni, 62 mila aziende hanno chiuso in poche settimane. Spesso senza preavviso - i padroni semplicemente scompaiono con la cassa - e lasciando i lavoratori con mesi di paghe arretrate.
Il fenomeno colpisce in modo concentrato il Guangdong, centro del miracolo economico cinese, dove migliaia di fabbrichette producono scarpe, giocattoli, gadget di ogni genere.
Per esempio, un operaio di nome Wang, ora disoccupato, reclama dalla sua ditta (Weixu) due mesi di paga arretrata, pari a 440 dollari. Lui e i suoi colleghi sono scesi sulla strada, affrontando la polizia. Le autorità locali, su pressione di Pechino, provvedono direttamente al pagamento degli arretrati nel tentativo di calmare le proteste.
Stati Uniti. Los Angeles Times, 23 novembre 2008.
A Bogalusa, una bidonville di bianchi poveri in Louisiana, un tempo chiamata «la capitale del Ku Klux Klan», la polizia ha segnalato almeno 200 incidenti di tipo razziale da quando è stato eletto Barack Obama.
Gli incidenti comprendono: croci in fiamme nei giardini di coppie miste, minacce di morte ad abitanti (di colore e no) che avevano esposto davanti a casa manifesti pro-Obama, graffiti razzisti, comparsa di cappi appesi agli alberi davanti a case di gente di colore. Una donna che era membro del Klan ma poi ne era voluta uscire è stata crivellata da ignoti. A Bogalusa, dove il 40% degli abitanti è nero, si ritiene che esista almeno un «capitolo» del Klan, fino ad ieri apparentemente in sonno.
Dimitri Orlov, («The five stages of collapse», Energy Bulletin, 11 novembre 2008.)un ingegnere russo che vive negli Stati Uniti, ha stilato una scala del collasso in cinque stadi, basandosi sulla sua esperienza, vissuta nel crollo del regime sovietico e successivamente nel periodo di inflazione e truffe finanziarie dell’era Eltsin.
E’ istruttivo elencare la scala:
1 - Collasso finanziario
2 - Collasso commerciale
3 - Collasso politico
4 - Collasso sociale
5 - Collasso culturale
«Ogni stadio comporta la perdita di fede o di fiducia in qualche importante istituzione o elemento dello status quo», dice Orlov. «Gli effetti fisici misurabili possono essere lenti, ma il rovesciamento psicologico è rapidissimo».
In Russia negli anni ’90, il collasso finanziario fu, per milioni di persone, il passaggio repentino da un prima a un dopo.
Prima Dopo
Pensioni sicure Carità pubblica
Valore della casa Senzatetto, occupazioni abusive
Investimenti pochi copechi
Risparmi liquidi iper-inflazione
Transazioni a credito transazioni in contanti, baratto
Indipendenza finanziaria interdipendenza fisica
In questa fase, si presume che lo Stato regga e organizzi qualche tipo di sostegno di emergenza; un periodo di semi-stabilità prima dell’avvento degli stati ulteriori.
Qui, scrive Orlov, l’esperienza mi ha insegnato che è bene approfittare di questa fase per «aggiustare certi aspetti importanti della nostra vita», specie «nelle relazioni con gli altri».
La normalità finanziaria, spiega, è come un sistema di barriere; il mio conto in banca è separato dal tuo conto in banca; tu ed io possiamo vivere senza preoccuparci troppo l’uno dell’altro; possiamo crederci «giocatori economici indipendenti in una campo di gioco livellato».
Ma quando le barriere diventano irrilevanti perchè non c’è più niente dietro, «diventiamo un peso gli uni per gli altri, in un modo così immediato da rappresentare un trauma per molti. L’indegnità di questa interdipendenza fisica avrà un costo umano inatteso, specie in un Paese educato al mito dell’individualismo».
Collasso commerciale
Quando le merci necessarie diventano scarse o i negozi non vengono riforniti, immediatamente si notano fenomeni di accaparramento, e in conseguenza, di saccheggio. Si forma in un istante un grande mercato nero per le cose di prima necessità, dallo shampoo alle fiale di insulina. Forti rincari da profittatori. Se esiste ancora un’organizzazione statale, attuerà un controllo dei prezzi ed anche razionamenti, il che sarà vissuto come una benedizione.
«Se prima del collasso commerciale il problema è avere abbastanza denaro per permettersi i generi necessari, dopo il problema è convincere quelli che hanno i generi di prima necessità a cederli per denaro; molti vorranno essere pagati in qualcosa di più valido che il liquido…oro? Oppure i clienti dovranno offrire un servizio; e siccome i più hanno poco o nulla da offrire a parte il loro denaro senza valore, ammesso ne abbiano ancora, i fornitori di beni e di servizi si astengono. Scompare il mercato libero e aperto, sostituto da un mercato che non è aperto nè libero. I beni ancora disponibili non sono offerti a tutti, ma solo ad alcuni e in certi periodi. La ricchezza che esiste ancora è nascosta, perchè esibirla aumenta il rischio».
Anche qui, un prima e un dopo.
Prima Dopo
Scarso il denaro Scarsi i prodotti
Economia di servizi Economia di auto-servizi
Shopping Center Mercatini dell’usato, delle pulci
Supermercati Bancarelle dei contadini
Culto delle novità Riparazione degli oggetti
Prodotti importati Surrogati nazionali
«Se prima del collasso commerciale il problema è avere abbastanza denaro per permettersi i generi necessari, dopo il problema è convincere quelli che hanno i generi di prima necessità a cederli per denaro; molti vorranno essere pagati in qualcosa di più valido che il liquido. I clienti devono offrire un servizio; e siccome i più hanno poco o nulla da offrire a parte il loro denaro senza valore, ammesso ne abbiano ancora, i fornitori di beni e di servizi si astengono. Scompare il mercato libero e aperto, sostituto da un mercato che non è aperto nè libero. I beni ancora disponibili non sono offerti a tutti, ma solo ad alcuni e in certi periodi. La ricchezza che esiste ancora è nascosta, perchè esibirla aumenta il rischio».
Collasso politico
Prima Dopo
Diritti acquisiti Promesse non tenute
Servizi comunali Favoritismi locali
Tasse e bilanci Mazzette, concussione
Ordine pubblico Ronde militari o vigilantes
Rimozione spazzatura Cumuli di spazzatura
Ponti e strade Buche, interruzioni e deviazioni
«Può essere difficile prendere coscienza del collasso politico perchè i politici sono bravi a mantenere l’apparenza e la pretesa di autorità anche quando essa vacilla», dice Orlov.
Un segno sinistro, che lui ha visto in Russia, è «il momento in cui i politici regionali cominciano a sfidare apertamente il governo centrale». Ad esempio il governatore della regione di Primorye, nell’estremo oriente russo, accaparrò il carbone delle miniere locali e stabilì una politica estera sua indipendente verso la Cina, «senza che Mosca fosse capace di frenarlo»; la Cecenia che si dichiarò indipendente, con il conseguente bagno di sangue.
Un altro segnale da osservare sono «le incursioni di poteri esteri nella politica interna». In Russia, «consulenti politici stranieri hanno manipolato le elezioni» producendo le rivoluzioni colorate. In Italia, può dire qualcosa il sindaco di Roma che innalza sul Campidoglio la bandiera di Sion avendo a fianco l’ambasciatore di Israele? In USA, i fondi sovrani che comprano pezzi e bocconi dell’economia americana preludono ad una cessione di sovranità: presto avanzeranno richieste politiche per estrarre più valore dai loro investimenti; quando cominceranno a finanziare candidati alle cariche pubbliche, ci si accorgerà che la sovranità è finita altrove.
Peggio: «Il vuoto di potere lasciato dall’autorità legittima collassata tende ad essere riempito automaticamente dal crimine organizzato». In Italia, questo sintomo è sotto i nostri occhi: in Calabria, Sicilia, Campania. In Russia, il potere degli oligarchi con loro squadre di sicari privati, è un più vistoso esempio.
Collasso sociale
L’America, benchè si glorii della sua filantropia, è molto stretta quando si tratta di aiuto ai bisognosi. Le provvidenze sociali sono punitive, basate come sono sull’ideologia che il povero sia tale per colpa sua. Il vuoto di previdenza sociale è colmato dalle organizzazioni caritative private. Più grande il bisogno, più umilianti sono le condizioni imposte ai beneficiari». Inoltre, i benefattori non hanno motivazione di fornire più soccorso in risposta di bisogni crescenti. Al contrario: «Quando il bisogno è grande, costante e crescente, le organizzazioni caritative divengono via via meno adeguate a soddisfarlo».
Sarà bene dunque guardare ad altre opzioni: il ritorno alle società di mutuo soccorso (nacquero negli anni ’30), in cui i bisognosi «non devono cedere la loro dignità e non sono stigmatizzati per la loro condizione».
Se non viene scongiurato il collasso sociale, è quasi inevitabile che si instauri il collasso «culturale».
Quello stadio in cui «si perde la fede nella bontà dell’umanità», dove la gente perde la capacità di «generosità, gentilezza, rispetto, affezione, onestà, ospitalità, compassione, aiuto materiale».
Le rivolte incipienti in Paesi culturalmente obbedienti come l’Islanda e la Svizzera denunciano il crollo della fiducia nell’insieme delle istituzioni, non solo delle banche; resta tuttavia l’idea, nei manifestanti, che «questa era una bella società»; lo stesso esprimono gli azionisti svizzeri in rivolta, quando dicono che i subprime sono «un’invenzione americana», dunque indegna della civiltà elvetica. Resta in essi, dunque, la certezza che la loro «cultura» è migliore, esiste e deve solo essere riaffermata.
Si può dire lo stesso per l’Italia?
Il linguaggio sempre più cinico e violento ammesso in pubblico, le tifoserie teppistiche, i ripetuti pirati della strada drogati che falciano vite e scappano, i graffitari endemici, il linguaggio di Bossi o di Di Pietro, le scene vergognose cui si abbandonano i dipendenti Alitalia senza vergognarsene, tutto questo non rivela uno spaventoso collasso «culturale», addirittura pre-esistente agli altri collassi, finanziario e politico?
Dice Orlov: «Prendiamo l’onestà, ad esempio: la gente la pretende da sè e dagli altri, o giudica accettabile infrangerla per ottenere quel che vuole? La gente trae più motivo di gratificazione nel mostrare quanto ha, o quanto dà?».
Pensiamo all’Italia e proviamo a rispondere, specie riflettendo sul comportamento della cosiddetta «casta», sia essa politica, bancaria, universitaria, giudiziaria, o pubblica in genere. Pensiamo ai politici nazionali che girano con scorta armata sulle auto blù corazzate, ai politici regionali, provinciali, locali,…
La violenza può non essere fisica; ma già abbonda nel nostro mondo occidentale la violenza mentale che consiste, nota Orlov, «nel rifiutare il riconoscimento dell’esistenza dell’altro».
In USA è visibilissimo (ma accade sempre più spesso anche da noi, verso gli stranieri, gli extracomunitari, e non solo) l’atteggiamento dei passanti che evitano il contatto oculare reciproco, credendo così di essere più sicuri. Lo sguardo «vuoto» e indifferente e l’evitamento dello sguardo altrui dà il messaggio: «Non ti riconosco», non esisti. Ciò non rende più sicuri, al contrario….
Orlov non vuole però che la conclusione della sua analisi porti al pessimismo. Al contrario: «Io voglio che la gente sappia che può trovare il modo di condurre una vita serena e significativa anche nel crollo del sistema, comunque condannato».
La condanna non deve implicare l’illusione che si possa fare a meno di ogni potere pubblico: lasciate perdere «i diritti acquisiti», le operazioni militari all’estero, il valore legale del titolo di studio, il teatro a soggetto che passa per «democrazia»; queste sono la cose caduche del politico; ma resta la necessità di servizi essenziali, di essenziali controlli di sicurezza impersonali.
La rivolta deve tendere alla ricostruzione di un «governo», al minimo - in mancanza di meglio - locale.
Là dove le comunità sono socialmente e culturalmente salde, la gente comincerà ad agire per provvedere al necessario senza attendere il permesso ufficiale. Ciò è meno probabile nell’Occidente de-industrializzato e dove il 60% delle persone campano fin troppo bene di «servizi avanzati» di cui, in realtà, si può fare a meno, mentre mancano competenze per sopperire ai bisogni essenziali (solo il 3-5% si dedica all’agricoltura).
Il collasso culturale - il peggiore - è già avvenuto in ampi settori della società post-industriale, dall’«etica» dei miliardari di Wall Street non meno che nei quartieri pericolosi degli spacciatori di crack. Ma ci sono ancora «sacche di cultura intatta qua e là», comunità che hanno imparato dall’avversità a mantenere una coesione sociale, altri che hanno preso deliberata decisione di condurre una vita più semplice e sana. Orlov consiglia di imitare (o importare) certe sub-culture vitali, come quelle che sussistono in certe comunità di immigrati, o tra gli Amish e i mennoniti, quelli che rifiutano la luce elettrica, si spostano con calessi e cavallo, e coltivano il proprio pane con le loro mani….dura eh?
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