lunedì 21 settembre 2009

Economia e recessione...la fine ?

Ben Shalom Bernanke conferma: «La recessione è, tecnicamente, finita».
Amen. Anzi, Shalom.

Obama ha promesso una «profonda e completa riforma» del sistema finanziario.
Ma gli economisti operativi nel governo Obama, Geithner, Summer, e il Ben Bernanke, non
danno ascolto ai consigli di persone esperte, fra questi: Joseph Stiglitz, Nobel; Ed Prescott, altro Nobel. Glenn Hubbard, rettore d’economia della Columbia Business School, e capo dei consiglieri economici sotto il presidente Bush padre. Thomas Hoenig, presidente della Federal Reserve di Kansas City. Anna Schwartz, lucidisssima novantenne, co-autrice con Milton Friedman (il guru dei liberisti monetari) dell’opera capitale di Friedman sulla Grande Depressione. Simon Johnson, già ecomonista al Fondo Monetario ed oggi docente al MIT, Massachusetts Institute of Technology. Sheila Bar, la direttrice del FDIC, l’ente governativo che «garantisce» i depositi dei risparmiatori fino a centomila dollari se le banche falliscono. Camden Fine, presidente dell’Independent Community Bankers of America, che rappresenta 5 mila banchieri, e secondo cui l’attuale de-regolamentazione finanziaria è «una bottiglia Molotov». Luigi Zingales, rispettatissimo docente alla Chicago Boot School of Busines, e il suo amico Nouriel Roubini, anzi, hanno fatto positivamente il contrario: hanno reso le banche «troppo grosse per fallire» ancora più grosse, consentendo o imponendo fusioni e inglobamenti con banche già fallite.
Secondo Bloomberg, Tim Geithner, il segretario al Tesoro che Obama si è scelto (o gli è stato fatto scegliere: Geithner è stato nella Kissinger Associates, è membro del Council on Foreign Relations, è stato governatore della FED di New York, la più vicina ai desideri di Wall Street) e Lawrence Summers, oggi direttore del Consiglio Economico Nazionale di Obama (già segretario al Tesoro di Clinton, e mentore di Geithner) sostengono addirittura di non avere l’autorità per fare a pezzi le grosse banche; che non è liberista porre limiti politici «al successo di una impresa americana»; e che l’attività bancaria e quella d’investimento (speculativo) sono ormai congiunte in modo così intricato, che imporre il disinvestimento di singole unità o attivi approfondirebbe il caos.

Queste scuse confermano solo il potere che le grandi banche d’affari hanno sul governo; dicono che la situazione del sistema finanziario è così patologica e incestuosa, si regge su una tale quantità di menzogne, frodi e illusionismi, che il governo USA e i suoi esperti sono realmente terrorizzati di metterci mano; pensano che l’America non può permettersi di rimettere il sistema in ordine, perchè ne provocherebbero il collasso definitivo, e con ciò il ridimensionamento storico della stessa grandezza economica americana, oggi fittizia.
Quello che sta avvenendo è evidente a qualunque osservatore: coi fiumi di denaro ricevuti a tasso zero (o sotto-zero) dallo Stato, le banche fallite continuano nelle più dementi speculazioni finanziarie e fanno pure profitti (facile con denaro regalato), mentre non prestano un soldo alle imprese, e nemmeno alle famiglie. Affossando l’economia reale ogni giorno di più.

In realtà non ci sarebbe niente da inventare. Basterebbe come minimo rimettere in vigore la legge Glass-Steagall, che fu introdotta negli anni ‘30, nel pieno della grande depressione. Questa legge decretò la separazione fra le attività bancarie commerciali e quelle d’investimento, ossia la commistione che aveva provocato la crisi del ‘29. Era la ricetta giusta, perchè il mestiere di valutare prestiti ad imprese e ad artigiani è completamente diverso da quello della speculazione pura, e richiede competenze professionali diverse, e inconciliabili. Inoltre, la Glass Steagall dettava che i depositi dei risparmiatori non potessero essere impiegati in operazioni ad alto rischio; per queste, le banche «d’affari» avrebbero dovuto chiedere il denaro a investitori consapevoli.

Ma con la speculazione i profitti sono superiori che concedendo fidi o i mutui (il rendimento perseguito per anni, è stato «almeno il 15%»); appunto per questo la lobby finanziaria ha premuto per l’abolizione della Glass Steagal. Ciò avvenne nel 1999, sotto Clinton.
«Non è una coincidenza che meno di dieci anni dopo l’abolizione della legge Glass-Steagall, i mercati finanziari siano collassati», ha detto il presidente della Independent Community Bankers of America.

No, non è una coincidenza. Le stesse cause hanno prodotto gli stessi effetti del ‘29, moltiplicati nella nuova versione dalle dimensioni dell’immensa leva (debito) che gli speculatori hanno usato per speculare, dalle fantasiose invenzioni della finanza creativa, dalle cifre colossali in gioco, dalla globalizzazione, e dall’indebitamento della famiglie unito alla de-industrializzazione americana (ed in parte europea).
Sicchè, una ancora volta, quelle di Obama sono solo parole al vento.

Il che è una tragedia, perchè le regolamentazioni devono essere concordate ed accettate da tutti gli Stati del mondo, possibilmente già al prossimo G-20; se gli Stati Uniti non vi si piegano, nulla sarà fatto. E’ da sottolineare che qualunque altro Stato che avesse, come gli USA, provocato un simile disastro finanziario, una perdita irreversibile ( La perdita dei livelli del prodotto interno lordo dei Paesi dell’OCSE è «irreversibile», perchè è scomparsa la porzione di domanda interna che era finanziata dall’enorme indebitamento. I prodotti interni lordi erano artificialmente ingrossati dal credito facile, ed è questa parte che scompare (in USA, i prestiti bancari sono diminuiti del 14%).
La crisi dunque implica la correzione verso il basso di tutto ciò che era stato dimensionato a quel livello artificialmente alto del PIL. Per le imprese, ciò significa che dovranno ridurre la loro capacità di produzione (oggi eccessiva) e dunque l’occupazione; per gli Stati, che dovranno ridurre le spese pubbliche. Siccome l’adeguamento delle imprese alla nuova situazione è molto più veloce di quello degli Stati, le finanze pubbliche si degraderanno acutamente (anche perchè i pubblici dipendenti non si lasciano licenziare, nè decurtare gli stipendi). Del resto, l’abuso del credito per stimolare la domanda nei Paesi occidentali nell’ultimo decennio ha deformato «strutturalmente» l’economia: i beni e i settori legati al credito si sono ingigantiti a detrimento degli altri. Per i Paesi occidentali, sono stati favoriti sia i beni durevoli di consumo - che non sono più beni prodotti all’interno, ma massicciamente importati (come le TV al plasma, i cellulari, i computer) - sia i settori interni legati all’immobiliare e alla distribuzione, che utilizzano forza-lavoro non qualificata. Il decennio del credito facile nella globalizzazione ha avuto dunque anche questo esito patologico per l’Europa e gli USA: i lavori qualificati distrutti (nelle industrie) sono sostituiti, quando lo sono, con lavori poco o nulla qualificati, nell’edilizia ad esempio (uno dei motivi per cui siamo inondati da immigrati, disponibili ai lavori non-qualificati). Queste le riflessioni dell’economista francese Patrick Artus di Natixis (http://cib.natixis.com/flushdoc.aspx?id=48559). Per l’economista francese, bisogna «ridurre l’esigenza di redditività del capitale», perchè se essa resta alta come prima della crisi, la riduzione irreversibile della crescita imporrà alle imprese di comprimere fortemente i salari, per retribuire gli azionisti come prima. Nel caso italiano, si tratterebbe di «ridurre la pretesa di redditività» dei dipendenti pubblici, troppo numerosi, e i cui stipendi restano troppo alti, inamovibili, durante la crisi
) di ricchezza di trilioni di dollari in tutto il mondo, milioni di disoccupati, il crollo del 30% dell’economia reale occidentale e giapponese, e accumulato un debito assolutamente impagabile, sarebbe duramente disciplinato dalla comunità internazionale, e messo sotto amministrazione controllata dal Fondo Monetario. Ma è la potenza militare più grossa del mondo, ha le portaerei e i missili a testata atomica: è per questo, e solo per questo, che gli altri Stati devono accettare di farsi coinvolgere nella sua rovina. Anche intellettuale ( Un segno del fallimento intellettuale è la pseudo-diagnosi, nata in USA e ripetuta qui, che l’errore del Tesoro USA è stato «di lasciar fallire Lehman Brothers», perchè questo «ha creato il panico» che ha innescato la crisi. C’è sotto l’idea che se non si fosse «lasciata fallire» Lehman, la giostra poteva continuare come prima; più che un’idea, è un sintomo della non-volontà di capire cosa è successo, e della incapacità di pensare fuori dal pensiero unico imposto dalla speculazione. Non si vuole ammettere che, se non Lehman, sarebbe fallita qualche altra banca speculativa, perchè il trucco di super-indebitare una popolazione de-industrializzata e perciò a reddito calante, non poteva continuare all’infinito. Quei debiti per giunta mescolati e impacchettati dalle banche, per non tenersi il rischio nei libri contabili, e rifilati a terzi. Con questa aggravante: mescolarono nei pacchetti debiti «buoni» (di debitori solvibili) con debiti «sub-prime», di insolventi. E’ esattamente la stessa frode in commercio del salumaio che fa il salame macinando carne fresca di maiale aggiungendoci però di nascosto un 10% di carne verminosa di cane; il salumaio andrebbe in galera. Le banche invece si stupiscono - da quando la cosa si risà - che i loro salami (detti obbligazioni garantite dal debito) non li vuole nessuno: ma se sono fatti al 90% di carne buona! E’ solo panico ingiustificato! (e lo Stato gli compra la merce avariata). Come acutezza e dignità intellettuale, questa analisi fa il paio con quella di Berlusconi: la causa della crisi è solo dovuta alla «sfiducia», e basta un po’ di «ottimismo» per risalire la china).

Dunque non ci resta che aspettare la prossima esplosione dei mercati americani, che ci trascineranno a fondo definitivamente.
Si ha già un’idea di dove avverrà lo scoppio: nel settore dei mutui e prestiti «interest only». Sono mutui in cui il debitore ha scelto, su proposta della banca, di non pagare le quote di restituzione del capitale per cinque, sette o anche dieci anni, e nel frattempo di pagare solo gli interessi. Solo dopo cinque, 7 o 10 anni comincia a ripagare interessi più capitale, con un raddoppio improvviso del rateo.
La cosa è così demenziale, che c’è da domandarsi: chi è tanto sciocco da accendere un mutuo «interest only», sapendo che dopo 5 o 10 anni il suo aggravio sarà raddoppiato?

Il fatto è che le banche offrivano i prestiti «interest only», anzi andavano a caccia di gente da indebitare in questo modo, con questo seducente ragionamento: il valore degli immobili sta salendo; voi che avete comprato la casa a 100 «interest only», fra cinque o dieci anni, prima che scatti il pagamento del capitale, la venderete a 200, facendoci anche un guadagno! Entrate anche voi, straccioni, nel fantastico mondo della speculazione!
Le case hanno smesso di rincarare dal 2007. Anzi i prezzi sono crollati. Così, oggi, il prezzo mediano di una casa in USA è di 178 mila dollari, mentre l’ammontare del mutuo medio «interest only» è di 324 mila dollari. I debitori non potranno vendere la casa prima, nè farci un guadagno; si dovranno tenere la casa svalutata, e pagarci un rateo di mutuo rincarato di colpo di almeno il 30%. Diciamo che chi pagava 1.800 dollari mensili (oltre il 6% su un mutuo di 350 mila dollari) si troverà a pagarne di colpo 2.300, e in più con la casa che vale la metà del mutuo che s’è accollato. Semplicemente, farà fallimento.
E quanti sono i mutui in essere di questo tipo? Secondo stime credibili, li hanno accesi almeno 2,8 milioni di americani, per un ammontare di almeno 908 miliardi di dollari. E i primi 71 miliardi cominceranno a essere gravati della quota capitale (ossia rincarati) nei prossimi 12 mesi. Non occorre dire che questi mutui esplosivi sono stati nel frattempo «cartolarizzati» dalle banche che li hanno inventati, ossia trasformati in obbligazioni e rifilati a chissà quanti fondi e risparmiatori: rendono il 6%! Cosa si può volere di più!

Quanto a OBAMA?...follow the money
cioè seguite i soldi se volete capire come realmente funzionano le cose. Nel caso dell’elezione a presidente degli Stati Uniti di Barack Obama, è istruttivo applicare quella regola... purtroppo.
Il Democratico ha raccolto un totale di 640 milioni di dollari per la sua corsa alla Casa Bianca, di cui una larghissima parte dai cosiddetti contributi individuali. Certamente in essi vi è una gran massa di donazioni di singole persone comuni, attivisti, gruppi di volontari, che è innegabile siano stati determinanti per il successo del loro beniamino. Ma non ci è dato sapere quale percentuale di quei fondi proveniva invece da settori un po’ meno ‘puliti’. E’ doveroso ricordare che l'afroamericano ha rifiutato del tutto i contributi federali alla sua campagna elettorale. Quest’ultima nota è di sicuro molto edificante, ma se si dà un’occhiata ad altri dettagli il quadro cambia. Si scoprono cose che preoccupano, e che confermano quello che è meglio gioire con prudenza, molta.

Un primo sguardo ai dati pubblicati dalla Federal Election Commission americana fa risaltare la presenza dei ‘falchi’ della finanza di Wall Street fra i maggiori gruppi che hanno versato nelle casse del neo presidente, gli stessi che hanno giocato a biglie col futuro economico dell’intero pianeta, fino al collasso di questi giorni: Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Citigroup, Morgan Stanley fra gli altri. Nel paragone fra i due contendenti alla Casa Bianca, Obama batte McCain per 2.938.556 dollari a 2.185.869 ricevuti delle banche commerciali. Quando poi si considerano gli speculatori più selvaggi della finanza americana, e cioè gli Hedge Funds, il presidente nero batte lo sconfitto bianco con un margine notevole: 2.637.578 dollari a 1.561.865. Questo forse spiega uno dei dettagli meno edificanti del passato politico di Obama: il suo voto al Congresso a favore del pacchetto di salvataggio sborsato direttamente dai contribuenti americani nelle tasche di Wall Street poche settimane fa, che non solo costerà sudore e pene a milioni di cittadini per anni a venire, ma che non risolve neppure uno dei problemi strutturali della finanza impazzita di quel Paese.

Proseguiamo. Una bruttissima sorpresa arriva quando si incontrano le voci relative ai colossi farmaceutici: Obama si è preso 1.662.280 dollari da questi giganti della speculazione sulla salute, contro i miseri 579.013 di McCain. La cosa è grave, poiché gli interessi di Big Pharma sono direttamente collegati al mantenimento del sistema Sanitario privatizzato americano, causa di ineguaglianze sociali orrende. Inoltre, visto ciò che le multinazionali del farmaco stanno facendo nel Terzo Mondo, dove negano ancora farmaci salvavita o sconti sui brevetti a tanti popoli disperati, di nuovo si fatica a trovare una moralità in questo aspetto di Obama. Si comincia qui a sbirciare qualcosa della realtà dietro i suoi proclami retorici.
Alla voce Comunicazioni ed Elettronica si rimane di sasso. L’Obama Democratico straccia McCain con una somma ben cinque volte superiore, 21.600.186 dollari contro 4.308.349. La cosa grave in questo caso sta in chi in realtà milita in quella categoria: alcune fra le più micidiali industrie di Guerre Stellari americane, di spionaggio e di intercettazioni. Forse è per questo che Obama votò al Congresso la famigerata legge FISA, quella cioè che permette lo spionaggio di immigrati o di americani considerati ‘alieni’, politicamente scomodi, e che fu aspramente contestata da tutti i maggiori gruppi per i Diritti Civili. Inoltre, alla voce più specifica sui finanziatori della campagna elettorale provenienti dall’industria bellica, di nuovo Obama batte il Repubblicano, con 870.165 dollari contro 647.313.

Un altro settore di finanziamenti che preoccupa, è quello del comparto salute e assicurazioni.
La riforma sanitaria ipotizzata dal neo presidente lascia in sostanza le cose come stanno, con solo ritocchi cosmetici. Tradotto, significa che le grandi compagnie di assicurazione rimarranno gli arbitri della salute degli americani, in particolare dei 44 milioni di essi che oggi non hanno alcuna assistenza. I cittadini di quel Paese invocano in maggioranza e disperatamente un sistema sanitario pubblico, gratuito e finanziato dalle tasse, cosa riportata con chiarezza dai sondaggi ma non dalla stampa americana né dalla nostra. Obama ha ricevuto un gran totale di 49.408.792 dollari dal comparto salute e assicurazioni, McCain 33.286.626. Non sono spiccioli, e soprattutto non vengono donati a fondo perduto.
Per concludere, si arriva al tema dell’influenza sui candidati da parte delle lobby e delle professioni che contano. Barack Obama si è sforzato di rassicurare l’America che lui era il candidato degli interessi della persona media, della famiglia media, ma anche dei poveri, degli svantaggiati. Ecco le cifre. Gli influenti lobbisti americani e gli studi legali (che negli USA hanno un potere enorme) hanno dato al giovane candidato vittorioso il triplo di quanto hanno dato a McCain: 37.122.161 dollari per il primo e solo 10.765.423 per il secondo. Questi non sono idealisti con lo sguardo perso nelle nuvole, sono personaggi rapaci che ci vedono benissimo… Perché hanno premiato Obama?
fonte: Federal Election Commission USA

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